Il ministro degli Esteri Julie Bishop ieri ha gettato acqua sul fuoco degli attacchi verbali, via agenzia di stampa, della Corea del Nord, che ha accusato l’Australia di appoggiare le provocazioni militari degli Stati Uniti. Immancabile la ‘minaccia’ di ‘disastro impossibile da evitare’ se Canberra continuerà a lavorare a fianco di Washington per ciò che riguarda le pressioni internazionali che si stanno esercitando su Pyongyang affinché abbandoni il suo programma nucleare. Accuse precise rivolte anche alla Bishop che la scorsa settimana è stata in visita, assieme al ministro della Difesa, Marise Payne, a Panmunjom sul confine tra le due Coree.

“Niente che non già stato visto e sentito”, ha detto la Bishop, etichettando il comportamento della Corea del Nord come “provocativo e illegale”, ma assicurando che l’Australia non è certamente l’obiettivo numero uno delle minacce di Pyongyang. “Minacce - ha assicurato il primo ministro Malcolm Turnbull - che non faranno sicuramente cambiare l’impegno del governo di rimanere a fianco degli Stati Uniti”, ribadendo che “in caso di conflitto non ci sono dubbi sul coinvolgimento dell’Australia nel rispetto dell’alleanza con gli Usa”.

Minacce di routine, comunque, quelle provenienti dalla Corea, elettoralmente meno pericolose del ‘fuoco amico’, ormai abbastanza regolare, di Tony Abbott in un misto di vendetta, tattica, uno strano modo di cercare di essere utile e un pizzico di noia.

Forse sarebbe stato davvero meglio per Turnbull se avesse dato al suo predecessore qualcosa da fare, un incarico serio e specifico per tenerlo impegnato. Con troppo tempo a sua disposizione e un senso di frustrazione per quello che un po’ non è stato capace di fare e un po’ che non gli hanno dato il tempo di fare, l’ex primo ministro continua ad essere un ‘problema’ per il governo, una ‘distrazione’ che non aiuta di certo la causa della Coalizione, in fatto di unità e credibilità.

L’ex leader probabilmente non si rende conto dell’effetto negativo che sta avendo sulla squadra liberale e le frustrazioni che sta creando, anche per alcuni ex fedelissimi che gli sono stati vicini fino alla fine e che hanno cercato in tutti i modi, fino ad ora, di evitare di criticare apertamente l’operato di quello che sta diventando l’alleato che non ti aspettavi di Bill Shorten.

Mathias Cormann, Peter Dutton, Josh Frydenberg, Christian Porter, Dan Thean e Angus Taylor non si sono nascosti quando c’era da difendere l’ex primo ministro. Nella giornata della sfida di Turnbull sono rimasti al suo fianco, senza indietreggiare di un passo e prima ancora hanno cercato di puntellare in ogni modo la leadership di Abbott.

Ma anche gli ‘amici più amici’ come Cormann e Dutton non ci stanno più: hanno mostrato fedeltà e disciplina quando era necessario ed ora si aspettano un minimo di riconoscenza e rispetto. Hanno cercato di fare capire privatamente all’ex leader che il ‘disappunto’ per quello che è successo invece di placarsi col passare del tempo si sta incattivendo, che il remare contro Turnbull sta diventando una specie di ossessione che complica notevolmente la vita non solo del primo ministro ma dell’intero esecutivo. Che le esternazioni stanno danneggiando il loro futuro politico e tarpando le ali alle loro ambizioni che, nel caso di Cormann, è quella di diventare il leader del Senato di un governo di Coalizione e per ciò che riguarda Dutton, invece, l’obiettivo è ancora più ambito dato che si parla di un futuro da leader. Ma se continua così dovranno accontentarsi di ricoprire i citati ruoli sulla sponda poco attraente dell’opposizione. Per questo ultimamente hanno fatto quadrato attorno a Turnbull, diventando due dei più importanti ‘difensori’ dell’attuale leader.

Frydenberg e Porter erano sottosegretari nel governo Abbott, sono diventati ministri di primo piano in quello guidato da Turnbull e non hanno alcuna intenzione di non dimostrare il loro apprezzamento per la promozione. Tanto più che Abbott, con le sue uscite li sta danneggiando non poco, specie il primo nel suo delicatissimo incarico di responsabile per l’Energia e l’Ambiente. La scorsa settimana, dopo l’ormai famoso intervento da Londra dell’ex leader, Frydenberg è uscito allo scoperto facendo notare che in fondo la politica energetica dell’attuale governo riflette parecchio quella che rientrava nei programmi di Abbott e che, quindi, le critiche dell’ex primo ministro sono completamente gratuite e fuori luogo.

Anche Tehan e Taylor hanno fatto capire che si sta superando il limite della tollerabilità: entrambi sono in lista di attesa per un incarico ministeriale e non intendono perderlo a causa di Abbott. Un incarico che potrebbe arrivare già prima di Natale con un possibilissimo rimpasto legato all’uscita di scena di George Brandis, che dovrebbe diventare il nuovo Alto commissario a Londra al posto di Alexander Downer, con il mandato scaduto già da diversi mesi. Alla Giustizia dovrebbe passare Christian Porter, quanto mai lieto di lasciare a qualcun altro i Servizi sociali e quanto mai preoccupato per l’aria che tira nel suo seggio nel Western Australia.   

Tony Abbott che lavora per ritornare alla Lodge? Difficile immaginare un simile passo indietro dei liberali. Subito dopo la bocciatura in famiglia, con almeno sei mesi di preavviso, aveva assicurato di non essere Rudd, che non sarebbe diventato un peso per il partito e non avrebbe creato problemi al suo successore. Non è stato sicuramente di parola in fatto di comportamenti, ma aveva perfettamente ragione quando sosteneva di non essere Rudd. Non ha neanche minimamente il seguito personale che aveva l’ex leader laburista e non ha di certo una mini-squadra alle sue spalle che ha cominciato a lavorare da subito per riportarlo in sella. Abbott è il passato: il miglior leader dell’opposizione che probabilmente ci sia mai stato, che non ha saputo cambiare passo una volta raggiunto il suo obiettivo di guidare il Paese. Ha, infatti, incredibilmente insistito nell’attaccare l’avversario invece che pensare in positivo: ha continuato a dividere e criticare. E continua a farlo. 

Cormann, Dutton, Frydenberg, Porter, Tehan e Taylor stanno cercando di farglielo capire in tutti i modi possibili, ma l’annoiato ex leader non accetta di certo l’idea dell’anonimato: “Shorten si può battere solo attaccandolo - sostiene Abbott -, puntando sulle differenze, non concedendogli spazi, rifiutando qualsiasi tipo di compromesso”.

Turnbull è avvisato: il duello a distanza con il suo predecessore continuerà fino a quando uno dei due non uscirà definitivamente di scena. A questo punto più probabile il primo ministro, se non trova presto la formula magica dell’energia: sembra infatti che qualcuno in casa liberale qualche telefonata abbia già cominciato a farla e, anche se Abbott non rientra in alcun piano, l’idea Bishop o Dutton, più o meno quando si raggiungerà la fatidica quota 30 (sondaggi negativi), non è più completamente da scartare.