Proviamo a ricapitolare brevemente quanto accaduto in quella che molti hanno definito “una settimana di caos senza precedenti per la radiotelevisione pubblica”. Un susseguirsi di notizie che hanno spostato continuamente, agli occhi dell’opinione pubblica, la percezione dei ‘buoni’ e dei ‘cattivi’, e non è certamente nostra intenzione volere essere così manichei da semplificare i ruoli in una storia, per la verità, decisamente complessa.

Lunedì mattina il consiglio d’amministrazione dell’ABC decide di licenziare il direttore generale Michelle Guthrie, ritenendo, secondo quanto si legge nel comunicato ufficiale diramato dall’azienda “che non sia nel miglior interesse dell’ABC che Michelle Guthrie continui a guidare l’organizzazione”. Immediate le reazioni, anche di giornalisti e conduttori dell’ABC evidentemente non in linea con la gestione dell’ormai ex manager, che si sono rapidamente schierati a favore della scelta del consiglio. Troppo debole Michelle Guthrie nel difendere l’azienda di fronte agli attacchi esterni, della politica e dei network concorrenti, troppo poco attenta al ‘core business editoriale’ dell’azienda, troppo scarsa la sua conoscenza del settore giornalistico, solo per citare alcune delle accuse mosse nei confronti della direttrice licenziata in tronco.

Notizia dirompente, senza dubbio, ma che non poteva lasciare presagire il caos che si sarebbe scatenato da lì a poche ore: mercoledì, infatti, un articolo del The Age rivelava come il presidente del consiglio d’amministrazione, Justin Milne, avesse inviato una email a Michelle Guthrie nella quale, di fatto, le chiedeva di licenziare la capo-corrispondente del settore economico dell’ABC, Emma Alberici, perché “loro [il governo] la odiano. [...] Penso sia semplice. - ha continuato Milne - Sbarazzati di lei. Dobbiamo salvare l’ABC, non Emma. Non c’è alcuna garanzia che loro perdano le prossime elezioni”.

Nonostante Milne si sia difeso dicendo che si trattasse soltanto di un estratto e che, quindi, sarebbe dovuto essere contestualizzato e affermando, inoltre, che “non ho mai dato istruzioni perché qualcuno venisse licenziato”, la polemica ovviamente è esplosa con tanto di assemblee improvvisate organizzate dai dipendenti dell’ABC che chiedevano le dimissioni del presidente.

Dimissioni che, almeno per qualche ora, Justin Milne ha provato a evitare ma che poi, venerdì, s’è visto costretto a rassegnare.

La questione, chiaramente, ruota tutta intorno al principio dell’indipendenza dell’emittente pubblico, espressamente sancito dall’Australian Broadcasting Corporation Act del 1983 che, all’articolo 8, prevede tra i compiti del consiglio d’amministrazione, proprio quello di  ‘mantenere l’indipendenza e l’integrità dell’azienda’.

Integrità e indipendenza che, sulla base delle evidenze palesate da più fonti la scorsa settimana, non sarebbero state perseguite né dal presidente del consiglio d’amministrazione né tantomeno dagli altri membri del consiglio che, tra l’altro, sono ancora tutti in carica nonostante lunedì avessero supportato la scelta di licenziare Michelle Guthrie anche dopo che l’ormai ex direttore generale aveva condiviso con il consiglio le prove di un’interferenza di Justin Milne su questioni editoriali, sulla spinta di dettagliate rimostranze dell’allora primo ministro Malcolm Turnbull.

È vero che l’ABC Act stabilisce che sia compito del consiglio anche garantire imparzialità e accuratezza del prodotto editoriale e giornalistico dell’azienda ma è altrettanto chiaro che il servizio pubblico radiotelevisivo, alla cui guida sono, al momento, Kirstin Ferguson (membro del consiglio d’amministrazione nominata presidente, così come prevede la legge, dal ministro delle Comunicazioni Mitch Fifield) e il direttore generale ad interim David Anderson, ha strumenti interni di gestione di contestazioni per eventuali incomplete o inaccurate notizie mandate in onda sui diversi programmi di informazione nei canali radio e tv del gruppo.

Quantomeno poco appropriato, quindi, che un presidente invii una email o faccia pressioni perché il direttore generale intervenga sulla linea editoriale dell’azienda per reagire a eventuali reclami del governo in carica, se non addirittura per prevenirli.

Governo che è intervenuto sulla questione direttamente con il suo più alto responsabile, il quale durante un’intervista rilasciata proprio alla ABC, nel corso del programma della domenica mattina Insiders condotto da Barrie Cassidy,  ha invitato il consiglio d’amministrazione a tornare al lavoro dopo una settimana di troppe polemiche autoreferenziali, e poi, ha detto Scott Morrison, “mi aspetto che il consiglio faccia meglio, e se non dovesse accadere, riceveranno maggiore attenzione da parte mia”.

Morrison, tra l’altro, su precisa domanda del conduttore, ha affermato di non trovare inappropriata la nomina, da parte dell’ex primo ministro Malcolm Turnbull, di un amico e socio d’affari come Justin Milne a capo dell’ABC.

Tante questioni, come detto, restano ancora irrisolte sulla governance del network radiotelevisivo finanziato dalle tasse degli australiani così come tante altre domande dovranno trovare adeguate risposte dal governo e dalla politica nazionale in seguito alla conclusione dei lavori della Commissione reale sui servizi finanziari che venerdì scorso ha pubblicato il suo rapporto preliminare.

Due le domande chiave poste in maniera chiara ed esaustiva dal commissario Kenneth Hayne nel presentare le mille pagine di relazione: perché alcune istituzioni finanziarie hanno potuto permettersi determinati comportamenti? Cosa si può fare per evitare che tutto ciò accada di nuovo?

Una qualche risposta la commissione reale la fornisce e non è certamente edificante: l’avidità di alcuni istituti, ad esempio, la ricerca del profitto ad ogni costo, anche andando contro i più basilari standard di onestà e correttezza. “Come altro definire il continuare ad addebitare costi di consulenza a clienti deceduti?”, si legge nella nota a sommario della relazione.

A queste e altre domande, comprese quelle relative alla estrema debolezza degli enti preposti al controllo del sistema finanziario quali ASIC e APRA,  ci si attende una risposta adeguata da parte dell’esecutivo, soprattutto per ripristinare quel doveroso rapporto di fiducia tra gli australiani e il sistema  finanziario.