“Ho sempre creduto nei miracoli”, aveva detto un raggiante Scott Morrison ai fedelissimi riuniti al Sofitel di Sydney, poco prima della mezzanotte del 18 maggio scorso, dopo aver ricevuto la telefonata con la quale Bill Shorten aveva riconosciuto ufficialmente la più improbabile delle sconfitte.

Ma il leader liberale quel “ho sempre creduto nei miracoli” l’avrà detto, tra sé e sé, anche poco più di un anno fa, esattamente il 23 agosto del 2018, quando i colleghi di partito lo hanno preferito a Peter Dutton e Julie Bishop per il dopo Turnbull.

E lo starà pensando ora mentre si trova a Biarritz, in Francia, ‘ospite attivo’, dati i suoi interventi in agenda al vertice dei G7 (sul controllo delle comunicazioni digitali per combattere il terrorismo e il cyberbullismo e su biodiversità e strategia internazionale per eliminare la plastica dagli oceani).

Invito di prestigio, in qualità di osservatore impegnato, per un leader che si sta muovendo con una certa autorità e in un crescendo di confidenza anche sul palcoscenico internazionale.

Dopo la missione a Papua, appena riconfermato dal voto popolare nel ruolo di primo ministro, la scorsa settimana Morrison ha risposto con coraggiosa fermezza all’insistenza dei Paesi del Pacifico e agli inviti della Nuova Zelanda di modificare la sua cauta progressione ambientale, nel pieno rispetto degli impegni presi con gli elettori e della realtà dei fatti. Nessuna modifica sulla riduzione delle emissioni mantenendo gli obiettivi di Parigi, nessuna rinuncia con scadenze-capestro al carbone sia per ciò che riguarda l’export sia sull’uso interno.  Non si è lasciato intimidire nemmeno dalle sfide finanziarie della Cina e si è tenuto alla giusta distanza dagli ‘avvisi’ a voce alta del collega Andrew Hastie, sul ‘pericolo espansionistico di Pechino’ da non prendere sottogamba.

Morrison non si è lasciato coinvolgere in un inutile dibattito su guerre di dazi, aste miliardarie mai apertamente dichiarate per il controllo di porti e infrastrutture in Paesi terzi, ecc., ma nella missione di due giorni in Vietnam (servizio a pag. 12) non si è tirato indietro nel commentare, non certo in favore del maggiore partner commerciale, per le tensioni internazionali che riguardano la navigazione nel Mar Meridionale Cinese e le dimostrazioni pro-democrazia di Hong Kong.

Posizioni bilanciate, ma ferme e precise che hanno fatto dire all’ex primo ministro Kevin Rudd: “Morrison ha capito la Cina”, sottolineando come l’attuale capo di governo si stia destreggiando bene su un terreno diplomatico sempre pieno di insidie.

Un altro ex capo di governo, da Londra, gli ha fatto i complimenti per avere, nel giro di un anno, riportato unità all’interno del Partito liberale, per aver saputo far abbassare i toni della politica dopo anni di isterismi e insulti quotidiani, ma soprattutto di aver riallacciato il dialogo con l’australiano medio, quello che conta, che non ha bandiere nel cassetto da srotolare ad ogni elezione, che vuole semplicemente che qualcuno lo rappresenti e, soprattutto, lo ascolti.

John Howard parla con cognizione di causa e lo fa anche Paul Keating che non arriva all’applauso per Morrison, ma critica il suo partito per aver perso il contatto diretto con quella parte degli elettori che non cerca guerre, che non soffre di invidie, che non chiede penalizzazioni e punizioni nel nome di una maggiore equità e giustizia sociale. 

 Morrison celebra un anno da leader cauto, attento, capace di dare la genuina impressione di essere qualcuno che non ha bisogno dei ‘focus group’ per sapere come deve parlare, quando sorridere, che slogan usare e che vestito indossare o farsi confezionare.

Per ora la spontaneità, l’immagine del leader della porta accanto funziona: il cambio di passo, la normalità nell’approccio con i cittadini, la positività senza fronzoli, la fine delle ostilità basate su interessi personali, sono novità che piacciono. Come le promesse (poche) mantenute su sconti fiscali, gli interventi nelle vaste aree del Queensland e del New South Wales colpite dalla siccità senza fare ricorso ai catastrofismi, investimenti straordinari per la salute mentale, la riforma dei servizi finanziari, la barra dritta sugli stanziamenti extra per lavori infrastrutturali senza cedere (per ora) alle pressioni della Banca centrale su un’accelerazione dei programmi decennali con il chiaro obiettivo di rispettare il traguardo che il primo ministro non può permettersi di non raggiungere, senza contraccolpi elettorali: il ritorno in attivo a partire dal prossimo bilancio. Un traguardo simbolico, che non significa un granché dal punto di vista pratico, ma importante quanto i famosi 30 sondaggi negativi consecutivi che hanno affondato Abbott e Turnbull. Non significavano nulla: numeri che non cambiano la vita di nessuno, ma che si traducono in credibilità, coerenza, una certa ‘onestà’, fiducia.

Per ora i venti sono favorevoli a Morrison e al suo governo, nonostante le cupe nubi che si stagliano sull’orizzonte economico internazionale che non possono lasciare indifferenti i colleghi più stretti come Josh Frydenberg (Tesoro) e Mathias Cormann (Finanze). E arriveranno anche le turbolenze con le riforme che chiedono gli imprenditori sulle Relazioni industriali e l’arrivo dell’estate con i possibilissimi ‘blackout’, frutto di una completa assenza di una vera politica energetica (problema che ormai si trascina da più di un decennio). E a creare sicuri malcontenti arriverà al pettine anche il nodo della libertà di religione, con le sue regole che nessuno ha mai chiesto e che inevitabilmente non faranno tutti contenti. Un autentico campo minato.

Ma per ora c’è la pace del ritorno alla normalità da godersi, il palcoscenico dei grandi del mondo di Biarritz e l’invito alla Casa Bianca di Donald Trump: cena di Stato per un leader con il quale il presidente Usa ha subito legato perché ha visto un po’ il ripetersi della sua vittoria controcorrente, con tutte le differenze del caso sia per ciò che riguarda i protagonisti dell’insperato successo sia per chi lo ha reso possibile. 

Morrison apprezza e manda nel Golfo Persico una nave, un aereo da ricognizione e circa duecento uomini e donne della Difesa per schierarsi a fianco degli Usa e della Gran Bretagna nei pattugliamenti nello Stretto di Hormuz. Qualche messaggio non tanto in codice a Pechino. Rispetto totale all’interno del partito, con i laburisti costretti a rivedere piani e direzione: il tutto in dodici mesi. Non sono cose da poco per un primo ministro forse meno ‘per caso’ di quanto possa sembrare.