Australia Day 2020: un po’ meglio del solito, anche se non sono mancate le tradizionali marce di protesta nelle maggiori città australiane contro la giornata nazionale celebrata il 26 gennaio, il giorno dell’arrivo della Prima flotta, nel 1788, a Port Jackson, nel New South Wales.

Ma il ‘solito’ dibattito sulla data da cambiare quest’anno è passato un po’ in seconda linea e le celebrazioni sono state un po’ più sentite perché, come in ogni Paese che si rispetti, quando c’è di mezzo qualche tipo di tragedia o calamità naturale, i cittadini sanno esattamente qual è la scala delle priorità.

E così anche l’Australiano dell’anno, lo specialista oftalmologo Dr James Muecke, ricevendo dal primo ministro Scott Morrison il prestigioso riconoscimento (sabato sera a Canberra), ha dichiarato di avere dodici mesi di tempo per parlare dei suoi progetti in campo medico nel ruolo che il conferimento dell’onorificenza gli ha assegnato, ma che in questo momento il suo pensiero è rivolto alle vittime dei devastanti incendi che hanno colpito varie aree del Continente e ai ‘veri eroi’ del momento: i vigili del fuoco, i volontari, il personale dei servizi di emergenza e l’intera nazione che ha mostrato vicinanza, partecipazione e generosità.

Pensiero condiviso dall’Australian Local Hero di questo 2020, Bernie Shakeshaft premiato per il suo impegno a favore dei giovani svantaggiati nella cittadina di Armidale, nel New South Wales. La tennista Ash Barty è la Giovane australiana dell’anno, mentre il professor John Newnham, specialista in ginecologia ostetrica, è il cittadino ‘Senior’ dell’anno per il lavoro svolto per la prevenzione delle nascite premature.

Prestigiosi riconoscimenti, puntuali proteste, diretta nazionale dell’alzabandiera sulle rive del lago Burley Griffin davanti al Parlamento a Canberra, cerimonie di cittadinanza in centinaia di comuni in tutta la nazione, con solo un numero limitato di ‘amministrazioni’ locali che, in linea con il loro ‘rifiuto’ di celebrare la nazione nella data ufficiale, hanno perso - su decisione del governo federale - il ‘diritto’ di organizzare le cerimonie di naturalizzazione.

Fuochi artificiali banditi in numerose città a causa degli incendi, festival di musica, il rituale del BBQ nei parchi pubblici e svariati articoli sui maggiori quotidiani (una rarità di questi tempi) sui valori e il successo del multiculturalismo, sul significato di una festa e una data che vogliono semplicemente segnare la nascita dell’Australia moderna, senza trascurare e dimenticare “l’indiscutibile realtà di una cultura indigena, con una storia lunga 60mila anni”, come ha scritto il primo ministro nel suo messaggio alla nazione.

Tutti contenti? Mica tanto, perché qualcosa sembra non girare per il verso giusto. Saranno stati gli incendi, sarà l’incertezza economica, saranno le lugubri previsioni tambureggiate sul fronte del clima, ma per la prima volta, secondo il sondaggio che da 40 anni è condotto dall’agenzia demoscopica Roy Morgan - ponendo alla fine dell’anno lo stesso quesito ad un campione di australiani -, la maggioranza della popolazione non è ottimista sul futuro.

La domanda è semplice: “Per quello che ti riguarda, pensi che il prossimo anno sarà migliore, peggiore o più o meno uguale al precedente?”

La risposta dello scorso mese, quindi ancora prima che gli incendi diventassero di un’intensità senza precedenti, è stata la più negativa di sempre. Quando il sondaggio è iniziato, nel 1980, l’Australia non aveva ancora una particolare statura internazionale, anzi, in Asia in particolare, la nazione non era vista con grande rispetto e ammirazione, ma solo il 25 per cento degli australiani si era detto preoccupato e pessimista sul futuro.

Dieci anni dopo, mentre una profonda recessione, che secondo l’allora primo ministro Paul Keating ‘dovevamo avere’, gravava sul Paese, con i tassi d’interesse al 17,5 per cento, la disoccupazione al 10 per cento (nel 1992 arrivò all’11 per cento), il fallimento di vari istituti di credito privati, della State Bank del Victoria e del South Australia, solo il 18 per cento degli interpellati si dichiarava pessimista sull’anno che stava per arrivare. Perfino nel bel mezzo della crisi finanziaria globale, nel 1987, gli australiani avevano mostrato sì preoccupazione, con il 40 per cento che vedevano ‘nero’ per l’anno successivo, ma il 39 per cento era convinto che le cose sarebbero migliorate nei susseguenti dodici mesi.

Quest’anno no. Solo il 12 per cento degli australiani prevede un 2020 migliore del 2019. Perché? In un articolo pubblicato sul quotidiano nazionale The Australian viene riportata un’interessante riflessione dell’ex primo ministro inglese, Margaret Thatcher che, parafrasando Mohandas Gandhi, forse spiega quello che sta accadendo in questo presente, martellato e martoriato dal mondo ‘social’ con i suoi indubbi meriti e i tantissimi demeriti: “Rifletti sui tuoi pensieri perché diventeranno parole. Rifletti sulle tue parole perché diventeranno azioni. Rifletti sulle tue azioni perché diventeranno abitudini. Rifletti sulle tue abitudini perché diventeranno il tuo carattere. E rifletti sul tuo carattere perché diventerà il tuo destino. Diventiamo quello che pensiamo.”

Un quadro perfetto di quello che sta succedendo. Di un presente che Gandhi/Thatcher non potevano di certo immaginare. Di un pessimismo che si autoalimenta, con preoccupazioni spesso ingigantite, paure di ogni tipo ‘usate’ anche per scopi politici, scontento e rabbia che i ‘social’ a volte aiutano a diffondere e una abbastanza improvvisa popolarità del catastrofismo che è diventato qualcosa di quotidiano, con un nuovo tipo di ‘avvisi’ e ‘informazioni’:  non più previsioni di giornate con temperature particolarmente elevate con divieto di accendere fuochi all’aperto, non più ‘alto o estremo pericolo di incendi’, ma giornate ‘catastrofiche’, condizioni ‘catastrofiche’, temperature ‘catastrofiche’, venti ‘catastrofici’, pericolo di incendi ‘catastrofici’ legati a un’emergenza climatica che, secondo sempre più regolari proteste, non viene affrontata con la necessaria urgenza.

Gli australiani per la prima volta sono più pessimisti che ottimisti ancora prima dei roghi disastrosi (che rimettono in discussione i piani di gestione), delle tempeste di sabbia, dell’aria irrespirabile, dell’autorità e credibilità di Morrison ridimensionate dalla vacanza ‘sbagliata’ alle Hawaii, dei milioni raccolti in tempi e in quantità record che non vengono spesi in tempi sufficientemente rapidi che rimbalzano da telefonino a telefonino.

Ed è arrivato a complicare tutto anche l’ennesimo pericoloso virus, proveniente dalla Cina, con cui dover fare i conti. Un 2020 decisamente partito male: senza dimenticare lo scandalo dei finanziamenti pre-elettorali per infrastrutture e programmi sportivi della viceleader dei nazionali, Bridget McKenzie, destinata ad uscire di scena probabilmente già prima della ripresa dei lavori parlamentari. Un gennaio così non ha precedenti: catastrofico davvero.